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Basilica di San Petronio | Omelia San Petronio - 4 ottobre 2016
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Solennità di S. Petronio

4 OTTOBRE 2016

 

E’ una gioia per me celebrare con voi il mio primo San Petronio. L’intensa fraternità che ho vissuto in questi nove mesi, fin dal primo giorno che sono entrato in questa Basilica a lui dedicata, mi ha reso come spontaneamente familiare quello che per me era sconosciuto.

 

E’ frutto della comunione, senza la quale la chiesa diventa vecchia. Oggi è la prima volta per me, ma sembra, come avviene quando l’amicizia è profonda, di vivere “da sempre” il legame con voi e con la città. Ringrazio di cuore tutte le autorità presenti, che sono chiamate, e ognuna è sempre tanto importante, a curare il corpo che è l’insieme della nostra città.

Permettermi di salutare con affetto il cardinale Carlo Caffarra, cui va il mio ringraziamento per il suo servizio di tanti anni e per l’amicizia con cui accompagna e, direi, protegge la chiesa e tutta Bologna.

 

Possiamo farlo qui, in questa casa dove, come scriveva il Cardinale Biffi, “ogni bolognese trova qui il simbolo più espressivo della sua identità perché qui la città ha raggiunto finalmente la concordia civica, che può avvalersi di una sostanziale unità di intenti e di ideali, che è capace di guardare al bene comune, oltrepassando rivalità e particolarismi”.

Di questa concordia, che deve diventare impegno comune e che non è mai statica ma sempre dinamica, la città ne ha un enorme bisogno. Sento oggi importante per tutti noi l’invito dell’Apostolo Paolo a non valutarsi più di quanto sia conveniente, che vuol dire in realtà pensarsi assieme, perché solo il dialogo e la comunione valorizza l’identità e il dono che è ognuno.

 

Qui, con il comune e l’Università fisicamente adiacenti, tutti lati della stessa piazza comune, capiamo l’umanesimo che Bologna possiede e che rappresenta tanto il frutto di questa presenza cristiana, talento ereditato, che va ben trafficato usando la Libertas che affrancò gli schiavi nel XIII secolo e che non può mai diventare banale e sciocco vivere per se stessi.

Umanesimo è convivere pacificamente nelle diversità; è la pratica di una intelligenza e sensibilità nei rapporti tra cittadini che completi la buona forma e superi la logica del “a me che importa?”.

 

Umanesimo è intelligenza, passione e cultura per migliorare, penetrare e difendere la vita, sempre, anche quando non conviene, per tutti. Sono i valori della persona, irrinunciabili, gli unici capaci di affrontare le sfide epocali dalle quali siamo sollecitati e che ci permettono di non imbarbarirci, di non cedere alla tentazione delle semplificazioni in un mondo complesso, ma anche di non perdersi nei grovigli dell’indecisione e dei rimandi.

 

“Ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri”. Non pensiamoci soli, contrapposti, indifferenti, perché solo insieme possiamo aiutare questa casa comune che ha bisogno di tutti! In questi mesi ho imparato a conoscere la forza, le speranze, l’accoglienza, le delusioni, le sofferenze nascoste (quelle che non finiscono sui giornali), i sogni, le tante risorse, le paure delle nostre città. Non smetterò di imparare.

 

In realtà noi tutti non smettiamo di conoscere la realtà che è sempre in cambiamento. Il Signore stesso ci inquieta a farlo, perché ci spinge ad interrogarci sui “segni dei tempi”, quelli che il Concilio Vaticano II indicava necessari per non restare a osservare pensando di capire e essere capiti e finendo spesso per diventare “profeti di sventura” che abbiamo sempre con noi e dentro di noi.

 

Leggerei segni dei tempi è tutt’altra cosa che correre dietro al mondo! Anzi! Papa Francesco (EG51) motiva tutte le comunità ad avere una “sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi” cioè scoprire quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze e che (EG71) “vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia.

 

Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso”. Guardiamo con amore rinnovato e con tanta speranza la città, tutta e tutti, ad iniziare dai più poveri, per imparare così a farlo con chiunque.

 

Ci sono tanti che chiedono di essere adottati, aiutati a trovare il futuro che agognano e per il quale hanno affrontato sofferenze terribili. La misericordia ci aiuta a vedere oltre le apparenze, a non arroccarci nella sicurezza dei propri presidi che fanno sentire a posto o illudere di essere protetti per quello che già si possiede.

E’ triste rispondere alle esigenze di cambiamento difendendosi con l’esistente, a volte trincerandosi nella burocrazia, come se interrogarsi significhi disprezzare quello che si è o che si ha! Il Vangelo, e l’amore che da questo deriva, ci spinge sempre a guardare avanti, a cercare quello che ancora non c’è e spendersi per quello che possiamo costruire.

 

Gesù ci invita ad essere davvero grandi, non perché pieni di sé, ma solo perché ci abbassiamo ad aiutare l’altro. Grande è il servo, cioè chi lavora e si sacrifica, volentieri perché lo fa per le persone che ama e per le quali vuole un futuro migliore.

 

Anche quelli che non conosce personalmente ma sa che ci sono e che sa ci saranno! Grande è chi si pensa assieme agli altri, perché il Vangelo libera dalla condanna del piegare tutto al proprio io, ai propri interessi personali o di gruppo e ci aiuta a coltivare una visione e ad essere pronti a pagare per realizzarla.

 

E’ una visione larga che Bologna, città crocevia di tanti, ha sempre coltivato. Altrimenti restiamo condizionati dalla paura, che spesso rende grandi problemi piccini.

San Petronio, Pater et Protector, è raffigurato quasi sempre con la città tra le mani, a volte con il pane da distribuire ai poveri. Il cristiano non possiede la città, la serve. San Petronio sembra quasi farcela vedere perché la amiamo e la rendiamo sempre più bella e accogliente.

 

Petronio, discepolo di quel pastore buono che dà la vita per le sue pecore e cerca quella smarrita senza abbandonarla o giudicarla, ci chiede di aiutarlo a proteggere tutti, specialmente coloro che sono più esposti alle difficoltà, così forti in un tempo di crisi ancora tanto acuta, perché la ricostruzione chiede uno sforzo straordinario, come lo fu dopo la guerra.

 

Proteggere non significa chiudersi, ma farsi carico, consapevoli che solo insieme ci possiamo salvare! Diverse sfide, appassionanti e decisive, stanno davanti a tutti: l’accoglienza e l’inclusione con la crescita di un senso di appartenenza che è affidato alle nostre relazioni, a vincere la paura tessendo interessi e conoscenze che abbattano i muri e costruiscano quei portici che rappresentano protezione e familiarità, il nostro passato e il futuro, e i cui pilastri possiamo essere ognuno di noi.

 

L’accoglienza intelligente e sensibile non è ingenuità, ma coraggio di futuro. Occorre continuare a garantire la casa, come si sta facendo, uscendo dalla logica dell’emergenza per dare risposte rapide e sicure.

 

Allarghiamo l’ospitalità per i senza fissa dimora e di quelli che ci finiscono per le conseguenze della crisi, così come la protezione a quelli che il consumismo scarta e il cui valore è incommensurabile perché sono la nostra vita e le nostre radici, gli anziani.

 

La sfida del lavoro, che nella tradizionale creatività dei bolognesi richiede nuove sinergie da parte di tutti, tanta convinzione, per uscire dal pericoloso individualismo che finisce per sperperare tante opportunità. Lo chiedono i giovani e quanti in età matura si ritrovano disoccupati.

 

E infine penso alla famiglia sulla quale i pesi sono tantissimi e che certamente ha diritto ad una attenzione specifica, intelligente e coraggiosa, che non reagisca solo alle necessità ma anticipi le risposte a lungo termine.

 

Siamo quasi al termine dell’Anno Santo straordinario della misericordia. La provvidenza ha voluto che il prossimo sia quello del Congresso Eucaristico. Il tema scelto è il comando che il Signore Gesù rivolge ai discepoli: “Voi stessi date da mangiare. Eucarestia e città degli uomini”. Non restiamo a difendere inostri pani e i pesci; non aspettiamo possibilità e mezzi che non avremo mai; non rimandiamo per aspettare che siano gli altri a fare il primo passo, ma, affidandoci a Gesù, facciamo nostre le domande di tutta la folla e offriamo quello che abbiamo.

 

E’ solo iniziando a donarlo che questo non finisce. Il nostro pane è l’Eucarestia, la presenza di Cristo che celebriamo e adoriamo, insieme alla Parola di quel Corpo, la ricchezza più grande che fonda la nostra comunione e dalla quale si sprigiona tanto amore per tutti, senza distinzioni, in una fraternità universale che non è un sogno e diventa un’ortoprassi, cioè buone opere. Il nostro pane è l’amore per il prossimo, per il sacramento che è il fratello, solidarietà che fascia le piaghe dei cuori spezzati e consola gli afflitti.

 

San Petronio padre e protettore della città ci benedica ci protegga.