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Basilica di San Petronio | Omelia nella messa per la Solennità di S. Petronio - 4 ottobre 2014
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Omelia Mons. Giovanni Silvagni, Vicario Generale

4 OTTOBRE 2014

 

Ad ogni generazione il suo compito, e la sua responsabilità, di cui si dovrà render conto render conto davanti alla storia.

I nostri padri scelsero Petronio come patrono del libero comune e vollero dedicargli questa Basilica. Che forza di coesione seppero realizzare tra lori i bolognesi per convergere verso un’opera così imponente che ha attraversato i secoli e tutt’oggi adempie egregiamente alla sua funzione?

Ci fa bene constatare che non siamo migliori dei nostri padri: quello che loro seppero costruire, noi a malapena lo sappiamo conservare! Peraltro proprio grazie all’eredità che ci è stata lasciata, noi possiamo spingerci oltre, e affrontare più attrezzati le sfide che oggi interpellano noi; non partiamo dal nulla e per questo possiamo guardare al futuro con fiducia, attingendo forza dalle radici che ci hanno generato.

 

2. Anche oggi, nella nostra città, sperimentiamo in tante forme le condizioni a cui si riferisce il profeta Isaia: povertà, piaghe di cuori spezzati, schiavitù e prigionie, oppressioni e tante tristezze. Per quanto si cerchi di debellare questi mali, essi si ripresentano in forme antiche e inedite, e non ci lasciano tranquilli. Ma a ben vedere il Profeta Isaia non fa l’elenco – fin troppo scontato – delle miserie umane, ma piuttosto presenta colui che finalmente si impegna a farsene carico e a operare una svolta: Lo Spirito del Signore è su di me e mi ha inviato a annunciare ai poveri un lieto messaggio, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a consolare tutti gli afflitti. Queste sono le caratteristiche del Messia che Gesù farà sue dichiarando all’inizio della sua Missione: Ciò che fu scritto dal profeta qui, adesso, comincia a realizzarsi.

Le poche parole di Gesù, ora ascoltate dal testo evangelico, ci aiutano a capire come lui ha adempiuto concretamente questa trasformazione: con la sua stessa presenza tra noi ha istaurato relazioni nuove risananti e liberanti, capaci di modificare radicalmente il nostro modo di pensare, il nostro modo di rapportarci gli uni agli altri, il nostro modo di vivere.

A ben vedere la maggior parte dei nostri guai vengono proprio da noi lasciati a noi stessi, dalla nostra condizione di ciechi che guidano altri ciechi, di autodidatti che tentano di inventarsi l’arte del vivere. Gesù pone in essere relazioni nuove tra di noi: Non chiamate nessuno padre, maestro o guida, perché avete già il Padre vostro grazie al quale nessuno è orfano o figlio unico, avete già il maestro che vi insegna a stare al mondo come si deve, avete già la guida che cammina con voi, passo dopo passo.

Ne consegue – come insegna S. Paolo – una nuova impostazione della vita a partire dalla coscienza umile di se stessi, dove l’umiltà è soprattutto consapevolezza della nostra dipendenza da chi ci ha generato e della interdipendenza con tutti i nostri simili: noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo e… siamo membra gli uni degli altri.

Questa consapevolezza oggi chiediamo a Dio che si radichi sempre di più tra noi tutti e divenga impegno della città nel suo insieme e nelle sue componenti, nelle persone che la abitano, nelle aggregazioni, nelle famiglie e nelle reciproche relazioni tra tutti i protagonisti della nostra compagine civile. Non possiamo rassegnarci a vivere in città parallele che non si conoscono e non si incontrano. Abbiamo bisogno gli uni degli altri; nessuno è autosufficiente, nessuno è superfluo. Siamo davvero un solo corpo e membra gli uni degli altri.

 

3. Tra le formazioni sociali quella fondamentale è la famiglia che abbiamo imparato a riconoscere come cellula della società, società naturale fondata sul matrimonio come riconosce la nostra carta costituzionale.

Proprio alla famiglia la chiesa cattolica sta dedicando da tempo una attenzione prioritaria, che ha portato alla convocazione di due sinodi, quello che inizia oggi e quello più ampio dell’anno prossimo. E non perché la famiglia sia un problema, ma perché è una risorsa formidabile e insostituibile per tutta la società, ma di questo valore stiamo perdendo la consapevolezza, prigionieri di logiche che esaltano l’individuo e dimenticano le relazioni costitutive la persona umana. Sempre più vien da chiederci: ma ci interessa ancora la famiglia? Cosa stiamo facendo di determinante, di davvero originale per favorire la formazione, la solidità, la tenuta, la guarigione al bisogno della famiglia? È un esame di coscienza che non ci deve lasciare tranquilli, e che la Chiesa sente di dover fare per prima: se la famiglia è un bene così grande, abbiamo fatto tutto il possibile per custodirlo, cosa possiamo fare ancora e meglio? Di qui l’amplissima consultazione preparatoria al Sinodo, per capire a che punto siamo, cosa correggere, come procedere.

L’Arcivescovo Carlo ci ha ripetutamente invitato gli scorsi anni, in questa festa del Patrono, a considerare insieme ai beni relazionali, il bene della famiglia come il capitale sociale più importante della nostra città. Le sue dieci omelie di S. Petronio, vero canto d’amore del vescovo per la sua città e il suo popolo, offrono indirizzi che nel nostro interesse dobbiamo approfondire e applicare. E siamo onorati che il Papa lo abbia convocato personalmente al Sinodo sulla famiglia, per portarvi il suo apporto di credente, di studioso e di pastore, e lo accompagniamo con la nostra preghiera.

 

4. Terminato il restauro, la facciata di questa Basilica è stata liberata definitivamente dalla impalcature che l’hanno nascosta tre anni. Attiro la vostra attenzione sulla porta centrale. Cosa ci mostra nella sua indicibile bellezza? Dieci quadri della Genesi nei due stipiti e cinque dell’infanzia di Cristo nell’architrave.

Ma dire così è ben poca cosa. Iacopo delle Quercia caratterizzò la porta centrale, la porta di tutti i cittadini, scolpendo nel marmo la storia della famiglia umana, nel suo archetipo, nel suo dna, nel paradigma che di generazione in generazione si è perpetuato fino a noi, in ogni coppia e in ogni famiglia. È dunque scolpita la nostra storia. Storia di grandezza sublime e di stoltezza, storia di prevaricazione e di sofferenza, storia di speranza e di sconfitta, ma sempre e inevitabilmente storia delle relazioni fondamentali di uomo e donna, di genitori e figli, di fratelli e di famiglia.

Questa storia universale scolpita negli stipiti, si interseca con la linea orizzontale dell’architrave, dove è ancora la famiglia protagonista, una famiglia soltanto, quella di Gesù. Egli entra nella storia universale dell’umanità per la porta della famiglia, e già questo è evangelo, buona notizia. Per imparare ad essere uomo il figlio di Dio ha avuto bisogno anche lui di un padre e una madre, della loro reciproca relazione, della loro fedeltà, del loro amore. Poi anche lui si è adattato alle sfide che – in buona compagna con la maggior parte delle famiglie del mondo – anche la sua famiglia ha dovuto affrontare dalla nascita in una stalla alla fuga in Egitto. E questo con questo quadro della fuga verso l’Egitto, carico di angoscia e di trepidazione, si interrompe la narrazione, quasi a chiedersi: che ne sarà di questa famiglia? Ce la farà?

La famiglia di Giuseppe, Maria e Gesù, ce l’ha fatta, ma la nostra famiglia ce la farà? Ce le farà nel suo insieme la famiglia dei bolognesi? Ce la faranno le singole famiglie dei bolognesi?

 

5. Proprio in questi giorni tra il 29 settembre e il 5 ottobre, settant’anni fa, mentre una spessa impalcatura proteggeva le sculture della facciata di questa Basilica dai rischi di deturpazione della guerra, sui monti tra le valli del Setta e del Reno nei Comuni di Marzabotto, Grizzana e Monzuno, e nei territori limitrofi, si dava attuazione ad un piano di sterminio di civili inermi e innocenti. Si trattò soprattutto di vecchi, donne e bambini, le categorie più deboli. A questo si aggiunse la deportazione in Germania nei campi di lavori forzati di centinaia di uomini abili al lavoro, mentre gli inabili vennero fucilati. Ancora piaghe di cuori spezzati, ancora oppressione e prigionia, mistero di iniquità, ennesima discesa all’inferno della nostra povera umanità.

Ma come ci hanno ricordato i familiari di quelle vittime in questi giorni, alla brutalità della violenza rispose la pietà dei sopravvissuti, la solidarietà della famiglie che pur disgregate riannodavano i rapporti tra loro facendosi coraggio, la solidarietà di tante famiglie dei comuni della bassa che accolsero i bambini della montagna per alcu¬ni mesi, ridando loro il sorriso, la speranza, il calore di una famiglia.

Ho raccolto il racconto di un anziano, allora diciottenne, sopravvissuto insieme al padre, alla distruzione dell’intera famiglia. Era appena finita la guerra, che un male incurabile e dolorosissimo stava per portarsi via questo padre; e allora un amico più grande disse al ragazzo: “Tuo padre sta morendo ma la cosa che più lo addolora è che tu resterai solo e ha paura che ti possa perdere. Fa a tuo padre il regalo di trovare una brava ragazza, sposatevi e fatti la tua famiglia; che almeno muoia contento”. La guerra aveva distrutto quasi tutto, ma la famiglia restava la risorsa più semplice e più efficace per ricominciare. E quel ragazzo di allora, già anziano concludeva che nonostante tutto era andata bene: si sposò in tempo e quel matrimonio durava da 65 anni ed era stata davvero la sua salvezza.

 

6. Nel prossimo aprile il nostro paese festeggerà 70 anni di pace. La pur difficile situazione che stiamo attraversando non ha paragoni con le ristrettezze di allora da cui il paese poté risollevarsi, grazie soprattutto alla forza morale del nostro popolo e alla saggezza dei nostri legislatori e governanti. E la risorsa più grande del nostro popolo, che tutti ci riconoscono, è stata e resta ancora tutt’oggi la famiglia.

Noi abbiamo fiducia che la famiglia ce la farà.

Non mancano per fortuna segni di speranza.

Nonostante il contesto legislativo e culturale non incoraggi in tale senso,

tuttavia è in crescita il desiderio dei giovani di sposarsi e fare famiglia;

non si è estinta la determinazione a cercare relazioni definitive;

è viva l’aspirazione verso qualcosa per cui valga la pena spendere la propria vita.

La speranza di ogni generazione è che i figli siano migliori dei padri, facendo tesoro della sapienza che edifica e smettendo di imboccare strade senza uscita.

Ma siamo onesti: noi, tutti insieme, possiamo fare di più.

Non inquiniamo di cinismo le speranze genuine dei più giovani tra noi.

Non rassegniamoci dentro orizzonti ristretti e avvilenti.

Non desistiamo dalla ricerca insieme del senso profondo della vita, del matrimonio, della famiglia, della generazione.